Demonizzare l'altro è più facile che guardare la parte di noi che quell'altro ha colpito.
Viviamo in un tempo in cui sembra essere diventato più facile riconoscere le criticità degli altri che comprendere le nostre falle.
Ci basta osservare un comportamento che non ci piace, una reazione che ci infastidisce o una parola capace di toccare un punto sensibile per arrivare immediatamente a una conclusione: quella persona è sbagliata.
È tossica.
È narcisista.
È manipolatrice.
È pericolosa.
Abbiamo imparato a dare un nome a tutto, ma non sempre abbiamo imparato a comprenderlo.
Così utilizziamo le definizioni non per conoscere meglio chi abbiamo davanti, ma per allontanarlo. Trasformiamo una sensazione in un giudizio e il giudizio in una condanna. Demonizziamo il prossimo prima ancora di chiederci perché la sua presenza abbia generato in noi una determinata reazione.
Eppure, quando qualcuno ci crea ansia, fastidio o tensione, la domanda non dovrebbe essere soltanto: «Che cosa c'è che non va in lui?».
Dovremmo anche avere il coraggio di domandarci: «Che cosa sta accadendo dentro di me?».
Questo non significa giustificare qualsiasi comportamento o ignorare le responsabilità degli altri. Esistono persone capaci di ferire, manipolare, invadere e distruggere. Esistono rapporti dai quali è necessario allontanarsi e limiti che devono essere difesi.
Ma comprendere le responsabilità altrui non ci esonera dal conoscere le nostre fragilità.
Perché, se non sappiamo quale parte di noi è stata colpita, continueremo a vivere ogni relazione come un pericolo del quale non conosciamo realmente la provenienza.
La paura dilagante del prossimo genera altra paura.
Ci rende sospettosi, rigidi e costantemente pronti a difenderci. Ci porta a osservare ogni persona come una possibile minaccia e ogni difficoltà come il segnale che dobbiamo fuggire.
Non appena un rapporto diventa complesso, ci allontaniamo. Non appena qualcuno mostra una debolezza, la interpretiamo come un pericolo. Non appena una persona ci mette a disagio, decidiamo che il problema sia necessariamente lei.
Scappiamo da qualsiasi ostacolo senza chiederci perché, per noi, rappresenti un ostacolo.
In questo modo evitiamo sicuramente una parte del dolore, ma perdiamo anche la possibilità di costruire rapporti veri e profondi.
Perché un rapporto profondo non nasce dall'incontro tra due persone prive di debolezze. Nasce quando due persone riescono a mostrare le proprie fragilità senza trasformarle immediatamente in armi o motivi per scappare.
Oggi, invece, sembriamo terrorizzati dalle debolezze altrui.
Parliamo continuamente di narcisismo, egoismo, manipolazione e dipendenza. Concetti reali e importanti, che però rischiano di diventare etichette da applicare a chiunque non corrisponda alle nostre aspettative o tocchi qualcosa che non vogliamo vedere.
Forse il narcisismo dilagante non si manifesta soltanto nel bisogno di sentirsi superiori agli altri.
A volte si nasconde anche nella pretesa che gli altri non debbano mai disturbarci, deluderci o mostrarci parti di sé difficili da accettare.
Cerchiamo persone risolte, equilibrate, consapevoli e capaci di gestire perfettamente ogni emozione. Persone che non invadano i nostri spazi, che non abbiano paure e che non mettano mai in crisi la percezione che abbiamo di noi stessi.
In pratica, cerchiamo qualcuno che non possieda nessuna parte capace di entrare in contatto con le nostre ferite.
Ma una persona del genere non esiste.
Tutti possiedono limiti, mancanze, contraddizioni e zone d'ombra. Il problema è che, non riuscendo ad accettare le nostre, siamo sempre meno disposti ad accogliere quelle degli altri.
Le loro debolezze ci spaventano perché ci ricordano che anche noi siamo vulnerabili. La loro dipendenza ci mette a disagio perché temiamo la nostra. La loro rabbia ci destabilizza perché non sappiamo gestire la nostra. La loro insicurezza ci irrita perché tocca quella parte di noi che vorremmo continuare a nascondere.
Così scappiamo dagli altri, dalle loro fragilità e, di conseguenza, anche dalle nostre.
Cambiamo persone, ambienti e relazioni nella speranza di trovare finalmente un luogo nel quale sentirci al sicuro. Ma nessun posto può diventare davvero sicuro se continuiamo a portare con noi una paura che non abbiamo ancora compreso.
Possiamo allontanarci da qualcuno, ma non possiamo allontanarci da ciò che quella persona ha fatto emergere dentro di noi.
Prima o poi, sotto una forma diversa, lo incontreremo nuovamente.
Conoscere sé stessi significa anche questo: capire quali comportamenti non siamo disposti ad accettare e quali, invece, ci fanno paura perché toccano un nostro limite.
Le due cose possono sembrare simili, ma non lo sono.
Un confine nasce dalla consapevolezza. Una fuga nasce spesso dalla paura.
Il confine dice: «So chi sono, conosco ciò che posso sostenere e scelgo di non permettere che venga superato».
La fuga dice: «Non so che cosa mi stia accadendo, ma devo allontanarmi prima di sentirlo».
In entrambi i casi possiamo decidere di interrompere un rapporto. Ma cambia completamente il punto dal quale prendiamo quella decisione.
Se conosco me stesso, posso riconoscere le criticità di chi ho davanti senza aver bisogno di demonizzarlo. Posso vedere i suoi limiti senza trasformarlo in un mostro. Posso scegliere di allontanarmi senza convincermi che quella persona sia interamente sbagliata.
E soprattutto posso assumermi la responsabilità di ciò che provo.
Conoscere sé stessi non significa non avere più paura degli altri. Significa sapere da dove arriva quella paura e non lasciarle il potere di decidere tutto al posto nostro.
Quando conosco le mie fragilità, quelle degli altri smettono di essere automaticamente una minaccia.
Possono non piacermi. Possono essere incompatibili con me. Possono persino obbligarmi ad andarmene. Ma non devo più distruggere l'immagine dell'altro per giustificare la mia scelta.
Posso semplicemente ammettere che qualcosa, tra noi, non funziona.
Forse abbiamo iniziato a demonizzare così tanto il prossimo perché ci risulta più semplice individuare un colpevole che affrontare una parte irrisolta di noi.
Se il problema è sempre fuori, noi non dobbiamo cambiare. Se l'altro è il mostro, noi possiamo continuare a considerarci vittime innocenti. Se tutti sono pericolosi, non dobbiamo più rischiare di fidarci davvero di nessuno.
Ma una vita trascorsa a difendersi da chiunque non è una vita sicura.
È soltanto una vita vissuta nella paura.
E forse il primo passo per tornare a costruire rapporti autentici non consiste nel fidarsi ciecamente degli altri, ma nel conoscere abbastanza noi stessi da non dover più avere paura di tutto ciò che gli altri possono far emergere.
Perché, quando comprendo davvero le mie falle, posso finalmente osservare anche quelle del prossimo senza sentirmi obbligato a condannarlo.
E posso scegliere chi lasciare entrare, chi accompagnare e da chi allontanarmi.
Non per paura. Ma per consapevolezza.
